Ricordando zio Pietro Longheu

Allora, circa due anni fa, quando volle entrare a far parte della Confraternita, aveva 90 anni. Eravamo, in verità, noi confratelli, un po’ tutti preoccupati e temevamo che quel nuovo componente di nome Longheu Pietro, classe 1913, non ce l’avrebbe fatta a camminare nelle varie processioni e manifestazioni religiose paesane e extra-paesane alle quali siamo sovente invitati a partecipare. Invece non passò molto tempo che ci dovemmo ricredere perché quel vecchietto nelle camminate la faceva in barba ai più giovani del gruppo.

Con l’entusiasmo di un ragazzino era sempre pronto ad andare anche in capo al mondo pur di partecipare alle varie iniziative e alla vita della Confraternita. Ma zio Pietro non era solo questo. Era anche, sino alla fine dei suoi giorni e come del resto lo era stato in tutta la sua vita, un indefesso lavoratore. Indefesso, umile e silenzioso lavoratore della campagna e dei campi, nella pastorizia e nell’agricoltura. Non reclamava mai diritti e anzi negli ultimi anni con grande altruismo non disdegnava di mettere a disposizione le sue forze di ultranovantenne e la sua esperienza di saggio agricoltore se ce ne fosse bisogno. Questa figura quasi “patriarcale” come lo ha definito nell’omelia funebre il nostro P. Quintino, ci lascia orfani un po’ tutti quanti. Per noi confratelli l’assenza del “decano del sacro collegio”, così lo avevamo amorevolmente soprannominato ultimamente, rappresenta un vuoto incolmabile. Lo porteremo sempre nel cuore ricordandoci che lo abbiamo salutato per l’ultima volta come un padre nella sua casa a due passi dalla Chiesa di S. Croce a lui tanto cara sin dalla sua giovinezza.
Che Iddio l’abbia in gloria, associato al Mistero di Cristo, in compagnia degli angeli e dei santi.

I Confratelli

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