Nel nome del pane

Il Circolo Culturale Su Nuraghe ha portato in mostra, nel suggestivo castello di Ricetto a Candelo (Biella), oltre 150 varietà di pane della tradizione sarda.

Attività casalinga per eccellenza, la panificazione in Sardegna, oltre a soddisfare il primario bisogno di alimentarsi, ha ampliato da sempre i propri contenuti arricchendo il semplice impasto quotidiano con le farine del simbolico, del significo, del magico, del rituale, fino ad approdare ai filoni dello scaramantico e dall’augurale.
Così, per i Sardi, il pane e l’arte tramandata della panificazione, “sono gli archivi, il tesoro della loro scienza e della loro religione, della loro teogonia e della loro cosmologia, degli antichi fatti dei loro padri e degli eventi della loro storia, l’eco del loro cuore, l’immagine della vita domestica nella gioia e nel dolore, accanto al letto nuziale e alla tomba” .(N. Belmont, Paroles Paris, 1986).
Alimento semplice ma dall’alto valore simbolico, il pane è tra i componenti basilari dell’alimentazione dei Sardi fin da tempi immemorabili: accanto alle forme quotidiane possiamo infatti trovare qualità diverse, più o meno elaborate e decorate, per ciascuna delle maggiori feste familiari, a riprova dell’elevata incisività del ciclo della panificazione nell’ambito sociale.
Per gli sponsali, la celebrazione di una prima messa, in onore di un santo particolarmente venerato e in occasione di ogni ricorrenza eccezionale, in tutta la Sardegna, ma specialmente nella zona del Logudoro, vengono realizzati particolari pani artistici, rituali e cerimoniali. Numerosissime sono le forme, peculiari di una vita che riversa in esse la fantasia di un intero popolo: plasmato da mani sapienti, il pane si trasforma in corone, rami, cestini, fiori, foglie, uccelli.
In una tradizione ancora più antica, probabilmente babilonese, affonda le radici anche su pane de s’affidu, il pane da matrimonio, caratterizzato dalle ghirlande e dai diademi a forma di cercini (tedìles), attestate già da Erodoto.
Della diffusione in tutta l’Isola del rito della panificazione fin da tempi immemorabili forniscono testimonianza anche numerosi reperti archeologici. Nella grotta di Filiestu, presso Mara di Cabuabbas, sono stati rinvenuti resti di grano risalenti al V – VII millennio a.C. insieme a macine a mano di pietra.
Ma la tradizione coinvolge ogni luogo dell’isola: a Tertenìa (CA) il pane degli sposi, a forma di coroncine intagliate (piccadas), viene infilato in lunghe canne verdi e portato nel corteo nuziale da fanciulli; a Macomer, (NU) per la Domenica delle Palme, viene ancor oggi prodotto un particolare pane rituale, non commestibile, a forma di triangolo: s’homine, l’uomo, simile alle incisioni delle domus de janas, questo pane viene portato in campagna dai pastori che lo appendono nell’ovile insieme all’ulivo benedetto, per proteggere il gregge e i campi. Analoga funzione apotropaica hanno tutti i pani dei santi (Santa Rita, Santa Sofia, San Nicola, San Marco, Sant’Antonio) realizzati in tutta la Sardegna e decorati (pintados) con particolari timbri (pintaderas, marcas, imprentas); alcuni vengono colorati con lo zafferano (a Mamoiada), e distribuiti ai fedeli dopo la Messa, per essere impiegati come scapolari o reliquie.
Veniva consegnato di notte ai propri nemici, in segno di riconciliazione su pane de sas animas, il pane delle anime, candido, a forma di spianata merlata ma non decorata e diffuso nelle Barbagie; chi lo distribuiva si copriva il volto per non farsi riconoscere.
Su pane de vintichimbe, il pane del venticinque, conosciuto anche come pane di N.S. de Gonare ad Orani (NU), viene prodotto, distribuito e consumato per proteggere da malattie e favorire la guarigione.
Interessante è anche su pane de sa candelarìa, che prende il nome da una tradizione antica e ancor oggi vivissima ad Orgosolo dove i bambini, il 31 Dicembre, vanno questuando per le case chiedendo “A nos las dazes sa candelarìa? (ci date la candelarìa?), un pane speciale a forma di spianata, intagliato (piccadu) in quattro quadranti.
A Pozzomaggiore, permane invariata sa cogone purile, il rito divinatorio di fine anno che ha per fulcro una focaccia non lievitata di farine raccolte tra le nubili del paese; nell’impasto viene introdotta una moneta che, ritrovata da una delle partecipanti, farà sposare la fortunata entro l’anno.

Battista SAIU,
Presidente Circolo Su Nuraghe

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