GMG è anche catechesi

Un momento fondamentale del nostro pellegrinaggio è stata la catechesi tenuta dai Vescovi partecipanti alla GMG.
Tutti i giovani venivano indirizzati in varie chiese, basiliche e in certi casi anche campi sportivi (dato il gran numero di persone) dove venivano aiutati a riflettere su diversi temi.

A dire la verità, la frase dobbiamo andare alla catechesi veniva pronunciata con qualche smorfia, forse perché ci ritornavano in mente quelle non poche noiose lezioni di catechismo fatte in parrocchia da bambini. Ma i fatti hanno smentito le nostre previsioni: non era infatti una catechesi fatta di formule o concetti astratti, ma un vero dialogo in cui la parola di Dio veniva proiettata sulla nostra vita di tutti i giorni. Dopo aver concluso il suo discorso, il Vescovo ci ha invitati a dividerci in sottogruppi per condividere meglio fra noi le impressioni su ciò che avevamo ascoltato.
E’ stato proprio il confrontarsi con altri giovani di altre regioni d’Italia l’aspetto più importante e più arricchente della catechesi. Ho conosciuto giovani con i miei stessi dubbi, con le mie stesse paure, ma anche con le mie stesse speranze; e mi sono sentita meno sola.
Abbiamo paura di quello che Gesù vuole da noi, pensiamo di non essere pronti, il senso di inadeguatezza ci blocca in diverse circostanze, soprattutto quando siamo di fronte a dover scegliere. Per questo motivo molti adulti interpretano male le nostre scelte. Non è vero che i giovani sono dei menefreghisti, non è vero che non si pongono domande, le domande bombardano ogni giorno la nostra mente. Signore che cosa vuoi da me? E’ a domande come questa che abbiamo paura di rispondere, abbiamo paura che Lui ci chiede tanto, benché siamo certi che Lui ci vuole grandi perché sa quanto noi valiamo e quanto possiamo fare senza preoccuparci dei risultati.
Noi abbiamo ricevuto tanto e dobbiamo dare tanto, dobbiamo imparare a riconoscere le nostre potenzialità e ad usarle non per prevaricare sull’altro, ma semplicemente per amare e per lasciarci amare. Il rischio più grande per tutti noi, ha detto Mons. Piovanelli, è di non renderci conto che Qualcuno ci ama. Ci è stato chiesto di non dimenticare che a Roma secoli fa è stato versato del sangue innocente, che persone come noi hanno sacrificato la loro vita per i propri ideali, per professare la loro fede in Cristo: come Pietro e Paolo.
Oggi 2.000.000 di giovani in queste stesse mura fanno festa: è questo un vero segno di risurrezione e di speranza. Tutto ha avuto un senso, niente è andato perduto!

Barbara Piga

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